Anisa Murati si trovava al biolago “Acquaviva” di Caraglio insieme a un gruppo estivo parrocchiale della Valle Stura.
A quasi un anno dalla tragedia del biolago di Caraglio la procura di Cuneo ha chiesto il rinvio a giudizio per sei persone per la morte della piccola Anisa Murati, la bambina di 7 anni annegata durante una gita di un centro estivo parrocchiale.
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, la morte sarebbe stata il risultato di una serie di errori e carenze nella sicurezza. Come riporta il Corriere della Sera, nelle carte dell’inchiesta si parla di «negligenza e imperizia» e di una vera e propria catena di responsabilità che coinvolgerebbe animatori, organizzatori e responsabili della struttura.
Chi sono gli indagati
La richiesta di rinvio a giudizio riguarda sei persone. Tra gli indagati figurano il progettista e direttore dei lavori del biolago, l’ingegnere Stefano Ferrari, il responsabile dell’ufficio tecnico comunale e Rup, l’architetto Graziano Viale, il gestore del Bioparco Roberto Manzi, il parroco di Demonte don Fabrizio Della Bella — organizzatore del centro estivo — e due animatrici maggiorenni che quel giorno avevano il compito di sorvegliare i bambini.
Per Ferrari e Viale l’accusa non riguarda solo l’omicidio colposo: per loro i magistrati contestano anche il reato di falso in atto pubblico.
Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, nell’inchiesta i magistrati individuano una lunga sequenza di responsabilità che parte dalla gestione della gita e arriva fino alle presunte irregolarità nella realizzazione e nella sicurezza dell’area del biolago.
La vicenda
La tragedia risale al 24 luglio 2024. Anisa Murati si trovava al biolago “Acquaviva” di Caraglio insieme a un gruppo estivo parrocchiale della Valle Stura. A un certo punto la bambina non viene più trovata. L’unico segno della sua presenza sono le ciabattine rosa lasciate sulla riva del lago.
Gli animatori e il personale della struttura iniziano a cercarla, ma senza successo. Solo più tardi vengono allertati i soccorsi. Saranno i sommozzatori a individuare il corpo della bambina sul fondo del lago, a circa due metri di profondità.
Gli “errori” e il braccialetto sbagliato
Secondo la ricostruzione degli investigatori, il primo errore sarebbe avvenuto proprio all’arrivo del gruppo nella struttura.
Ai bambini era stato consegnato un braccialetto colorato per indicare il livello di confidenza con l’acqua: arancione per chi sapeva nuotare, verde per chi non era autonomo. Ad Anisa sarebbe stato dato il colore sbagliato. Proprio quel dettaglio è uno dei punti centrali dell’accusa.
Il braccialetto arancione avrebbe segnalato erroneamente che la bambina era in grado di nuotare, permettendole così di avvicinarsi all’acqua senza braccioli.
Per la procura la responsabilità ricadrebbe in parte sulle due animatrici, che non avrebbero «protetto» la bambina «da situazione di pericolo» e non avrebbero verificato che ci fosse «un’adeguata vigilanza».
I magistrati sottolineano inoltre diversi fattori di rischio: «la torbidità delle acque del biolago», «la scivolosità del fondale» e l’assenza di un controllo costante sui bambini presenti nell’area.
Ma la catena di responsabilità individuata dalla procura non si fermerebbe agli animatori. Secondo l’accusa anche l’organizzazione della gita avrebbe avuto criticità. Don Fabrizio Della Bella, organizzatore del centro estivo e assente quel giorno, avrebbe predisposto l’uscita con un numero insufficiente di animatori e non avrebbe verificato adeguatamente il loro operato.
Dalle indagini è inoltre emerso che il gestore del Bioparco avrebbe telefonato al sacerdote segnalando che gli animatori non stavano controllando i bambini, ma non ci sarebbe stato alcun intervento.
Le contestazioni riguardano anche la sicurezza della struttura. Al gestore del Bioparco viene rimproverato di non aver garantito misure fondamentali, tra cui un piano di emergenza, un numero sufficiente di bagnini, una recinzione delle sponde, una cartellonistica adeguata sulla profondità dell’acqua e un sistema galleggiante di separazione tra la zona per non nuotatori e quella per nuotatori.
Proprio queste difformità, secondo l’accusa, sarebbero state presenti nonostante il progetto esecutivo prevedesse misure di sicurezza più rigorose. Da qui il coinvolgimento anche dei dirigenti comunali che avrebbero certificato la regolare esecuzione dei lavori senza segnalare tali criticità.
Aggiungi commento
Commenti