🔴11 settembre, 25 anni dopo: cosa resta davvero dell’attentato che ha cambiato il mondo

Pubblicato il 11 settembre 2026 alle ore 11:27

11 settembre, 25 anni dopo: cosa resta davvero dell’attentato che ha cambiato il mondo

Una ferita diventata Storia, ma le cui conseguenze continuano a influenzare sicurezza, politica internazionale e società.

11 settembre 2001: venticinque anni dopo gli attentati contro gli Stati Uniti, quella giornata continua a rappresentare uno degli spartiacque più importanti della storia contemporanea.

Vent’anni sembravano già una distanza enorme. Oggi, a 25 anni dall’11 settembre 2001, quella mattina appartiene ufficialmente alla Storia, ma non è una storia conclusa. Le conseguenze di ciò che accadde a New York, al Pentagono e in Pennsylvania continuano infatti a farsi sentire nella politica internazionale, nelle strategie di sicurezza e nella percezione delle minacce.

Gli attentati provocarono 2.977 vittime, senza considerare i 19 dirottatori. Quattro aerei di linea furono sequestrati da al-Qaida: due vennero fatti schiantare contro le Torri Gemelle del World Trade Center, uno contro il Pentagono e il quarto precipitò in Pennsylvania dopo il tentativo dei passeggeri di riprendere il controllo dell’aereo.

Quel giorno cambiò profondamente il rapporto tra cittadini e sicurezza. Cambiarono i controlli negli aeroporti, le politiche antiterrorismo, il rapporto tra libertà individuali e sorveglianza e, soprattutto, il modo in cui gli Stati Uniti interpretarono il proprio ruolo nel mondo.

Un quarto di secolo dopo, la domanda resta: cosa ha cambiato davvero l’11 settembre?

Per Mattia Diletti, professore associato di Sociologia dei fenomeni politici alla Sapienza Università di Roma ed esperto di politica statunitense, l’11 settembre rappresenta l’inizio di una lunga serie di scelte strategiche che hanno progressivamente modificato la posizione americana nel mondo.

Secondo questa lettura, dopo la fine della Guerra fredda gli Stati Uniti disponevano di un enorme capitale politico e strategico. La risposta agli attentati avrebbe però contribuito, nel corso degli anni, a consumare parte di quel capitale.

Afghanistan e Iraq: le guerre nate dalla risposta agli attentati

La reazione americana fu immediata. Nell’ottobre del 2001 gli Stati Uniti intervennero in Afghanistan per colpire al-Qaida e rovesciare il regime talebano che offriva rifugio a Osama bin Laden.

Due anni dopo arrivò l’invasione dell’Iraq, nel marzo 2003. Due conflitti differenti, ma destinati a diventare parte della stessa lunga stagione della cosiddetta “guerra al terrore”.

La guerra in Afghanistan sarebbe durata vent’anni, fino al ritiro delle forze americane nel 2021 e al successivo ritorno dei talebani al potere. L’esperienza irachena, invece, avrebbe avuto conseguenze profonde sugli equilibri del Medio Oriente.

IL PUNTO CHIAVE

La lezione individuata nell’analisi di Diletti riguarda soprattutto i limiti dell’utilizzo della forza militare come risposta a crisi complesse. Secondo questa interpretazione, diplomazia, alleanze e capacità di costruire consenso rimangono strumenti fondamentali.

Sicurezza più forte, ma anche un nuovo rapporto con la libertà

L’11 settembre modificò anche la vita quotidiana degli americani e di milioni di persone nel mondo. Negli Stati Uniti arrivarono nuove norme e nuove strutture dedicate alla sicurezza.

Tra i passaggi più importanti ci furono il Patriot Act, il rafforzamento dei controlli aeroportuali e la nascita della Transportation Security Administration, la TSA. Nel 2002 venne inoltre istituito il Department of Homeland Security.

La sicurezza diventò una priorità assoluta. Ma proprio questo processo aprì un dibattito destinato a durare per anni: fino a che punto è possibile aumentare i controlli senza comprimere le libertà individuali?

Le guerre, le operazioni antiterrorismo, le vittime civili e il carcere di Guantánamo contribuirono inoltre ad alimentare critiche verso Washington, anche in Paesi che inizialmente avevano sostenuto gli Stati Uniti.

Dal trauma dell’11 settembre al populismo americano

Le conseguenze dell’11 settembre non rimasero confinate alla politica estera. Nel corso degli anni si sviluppò negli Stati Uniti un crescente risentimento verso le cosiddette “endless wars”, le guerre senza una conclusione chiara.

Milioni di americani iniziarono a chiedersi quanto fossero costate quelle operazioni e quali risultati concreti avessero prodotto. A questo malcontento si aggiunsero la crisi finanziaria del 2008, la crescente sfiducia nelle istituzioni e le tensioni provocate dalla globalizzazione.

In questa prospettiva, l’11 settembre non può essere considerato una causa diretta dell’ascesa di Donald Trump. Può però essere interpretato come uno dei passaggi che hanno contribuito a creare il contesto politico nel quale il trumpismo avrebbe trovato terreno fertile.

Il 25° anniversario e il significato della commemorazione

A venticinque anni dagli attentati, gli Stati Uniti tornano a commemorare le vittime con le tradizionali cerimonie previste a New York, Shanksville e al Pentagono.

Anche la scelta del luogo assume un significato simbolico. Donald Trump ha scelto di partecipare alla commemorazione al Pentagono, mentre a Ground Zero sono attesi altri esponenti dell’amministrazione, tra cui il vicepresidente JD Vance.

Il Pentagono rappresenta una delle dimensioni più evidenti della risposta americana all’11 settembre: quella della potenza militare utilizzata per affrontare le minacce provenienti dall’esterno.

Ma proprio qui emerge una delle principali lezioni attribuite all’esperienza degli ultimi venticinque anni: non ogni crisi può essere risolta attraverso la forza.

Una ferita che riguarda ancora la salute di migliaia di persone

L’eredità dell’11 settembre non è soltanto geopolitica. È anche umana e sanitaria.

Le polveri e le sostanze tossiche sprigionate dal crollo delle Torri Gemelle hanno avuto conseguenze sulla salute di migliaia di soccorritori, lavoratori e sopravvissuti.

A distanza di un quarto di secolo, le malattie respiratorie e i tumori collegati all’esposizione alle sostanze tossiche rappresentano ancora una parte dolorosa dell’eredità degli attentati.

2.977 VITTIME
Il bilancio degli attentati dell’11 settembre 2001, senza contare i 19 dirottatori.

Per le nuove generazioni l’11 settembre è già Storia

Per chi è nato dopo il 2001, quelle immagini non rappresentano un ricordo personale. Sono immagini viste nei documentari, nei filmati d’archivio e nei racconti di chi quel giorno era adulto.

Ed è proprio qui che la memoria assume un ruolo fondamentale. Con il passare del tempo esiste il rischio che l’11 settembre diventi soltanto una data sui libri di Storia, perdendo il legame con le decisioni che seguirono e con le conseguenze che ancora oggi condizionano il mondo.

Un mondo molto diverso da quello del 2001

Nel 2001 gli Stati Uniti sembravano occupare una posizione difficilmente contendibile. Oggi lo scenario internazionale è molto più complesso.

La Cina è diventata una potenza economica e geopolitica centrale, mentre la competizione internazionale si sviluppa contemporaneamente sul piano militare, economico, tecnologico e diplomatico.

Le guerre sono sempre più spesso ibride e le crisi globali sono collegate tra loro. Per questo non esistono più soltanto nemici facilmente identificabili e risposte semplici.

La sicurezza contemporanea richiede strumenti diversi: militari, diplomatici, economici e politici.

La vera eredità dell’11 settembre

A venticinque anni di distanza, ricordare l’11 settembre significa molto più che ripercorrere le immagini delle Torri Gemelle in fiamme.

Significa interrogarsi su ciò che è accaduto dopo: sulle guerre, sulle nuove politiche di sicurezza, sul rapporto tra libertà e controllo, sui cambiamenti della politica americana e sulla trasformazione degli equilibri internazionali.

L’11 settembre è diventato Storia. Ma la storia iniziata quella mattina del 2001 non è ancora completamente finita.

L’11 settembre non è soltanto una memoria del passato: è ancora una chiave per comprendere il mondo di oggi.

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