L’imputato, un ventottenne colombiano tornato recentemente in custodia cautelare, ha assistito impassibile a quasi quattro ore di udienza.
L’aula della Corte d’Assise di Siena ha ripercorso i drammatici istanti successivi alla morte di Ana Yuleisy Manyoma Casanova, la trentatreenne uccisa da un colpo di fucile il 10 agosto 2024. Le testimonianze degli agenti intervenuti hanno descritto una scena cristallizzata dal forte odore di polvere da sparo e dalla disperazione dell’imputato, Luis Fernando Porras Baloy, trovato in lacrime accanto al corpo della compagna. Il fucile calibro 16, l'arma del delitto, era stato nascosto sotto il letto, un dettaglio decisivo segnalato inizialmente dal personale del 118.
Il confronto in aula
L’imputato, un ventottenne colombiano tornato recentemente in custodia cautelare, ha assistito impassibile a quasi quattro ore di udienza. La Procura, rappresentata dal pm Niccolò Ludovici, sostiene la tesi dell'omicidio volontario pluriaggravato, alimentata dal sospetto di continui maltrattamenti che la donna avrebbe subito nel tempo. Di contro, la difesa punta tutto sulla tesi della fatalità, sostenendo che il colpo sia partito accidentalmente durante una manovra maldestra con l'arma.
L'ombra dei maltrattamenti
Durante l'udienza sono emersi dettagli inquietanti sulla vita di coppia. Gli investigatori hanno riportato confidenze dello zio dell'imputato e di alcuni colleghi della vittima riguardanti episodi di violenza fisica, tra cui un occhio nero che Yuleisy avrebbe cercato di nascondere.
Inoltre, è stato evidenziato come Porras Baloy, nel periodo trascorso ai domiciliari con il braccialetto elettronico, avrebbe violato ripetutamente le prescrizioni, effettuando chiamate non autorizzate e ricevendo visite dai familiari.
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